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Per iniziare a comprendere la parlata vastese, Nicola Del Casale ha scritto una raccolta di 118 sonetti in cui spiega i principi della fonetica e presenta i componimenti in vernacolo affiancati dalla "traduzione" in italiano. Ne presentiamo le considerazioni iniziali dell'autore, rimandandovi al link in calce per visionare l'intera opera con la prefazione di Adelio Tilli.
CHIARIFICAZIONI E AGGIUNTE
DELL’AUTORE ALLA PRESENTAZIONE DELLA SILLOGE
La presentazione del Tilli, che precede, è stata così voluta, semplice, chiara e validamente critica, per non cadere in quelle solite e stereotipate formule sciorinate a presentazione di certi lavori poetici, immergendo penne dorate a inchiostri di altissima fama che ben sanno inneggiare, a volte anche a vanto di se stessi, nell’estendere valori e meriti dell’operato dell’autore.
Tuttavia, è qui da precisare che l’estrema scarna visione globale della silloge, involontaria e non intenzionale, si badi bene, non ha portato a sviscerare a mostrare, aprendolo, il vero nocciolo del problema che l’autore si è proposto in “Pârle lu Vuâste” Ed ecco che in questa precisazione si vuole aprire al lettore la giusta via che meglio può rendere il significato e il sapore del verso man mano
che questo si srotola pagina per pagina, dai toni pieni e nella scorrevolezza della cadenza ritmica dell’endecasillabo. Diciamo, dunque, che innanzitutto va considerato l’intento preciso del poeta nel comporre la silloge che trattiamo: il volere richiamare l’attenzione di tutti i “Figli di Vasto” di quelli autentici che veramente sono “Vuastarule”, a non dimenticare mai la nostra parlata e a non far dimenticare questo nostro particolare dialetto a quanti sono e verranno, per quel suono e tono singolari e caratteristici, unici e irripetibili da chi non vi ha dimestichezza per nascita e per lunga esperienza pratica. E’ un appello accorato rivolto al suo popolo, alla nostra gente nel momento in cui si fa più pressante e necessaria la protezione che si deve accordare a questa lingua vastese, quasi che già incombe il dovere di sottrarla alla incombente fagocitazione di altre parole che, con il fenomeno immigratorio per la crescente industrializzazione, tendono a snobilitare e a smobilitare il nostro dialetto puro, in favore di quella forma più ripulita che ha la cosiddetta denominazione “parlare da signore” ossia italianizzando e signorilizzando la parlata vastese indigena. Appunto per difendere “lu vuastareule” da una possibile prossima decadenza per ammodernamento, il poeta ha voluto richiamare in ricordo sentito a tutti i “figli di Vasto”, vicini e lontani, i cari luoghi, le amate cose, e i motti e i detti e i fatti di questa terra, anche per un fatto di storia, di cultura, di lavoro, di pensiero, sollecitando la memoria e il sentimento. E sta nella prima parte che, cantando, il poeta fa parlare le cose e i luoghi come: Buonanotte, la Marina, Scaramuzza, il Trave, Concarella, Casarza, San Nicola, Vignola, La Lebba, Punta Penna, D'Erce, Pagliarelli, l’Incoronata, le Croci, la piazza del Pesce, le torri di Santa Maria Maggiore, di San Pietro, di San Giuseppe e di Sant’Antonio, ed altri luoghi e cose ancora. Nella seconda parte, per la quale il Tilli accenna a quel certo filosofeggiare che farebbe del sentenziare strozzatura alla chiarezza del verso nel suo contenuto, ma non alla sua costruzione lirica, non altro il lettore attento deve ricercare se non quel pizzico di sagacia e di saggezza naturale sempre presente nei nostri padri che con il loro parlare di allora hanno saputo dare vita e consistenza a numerosi detti per l’alto valore umano e per quel sentenziare arguto e faceto e aperto su fatti e situazioni. Quindi non un sentenziare dell’autore, ma un modesto tentativo di richiamare e ricordare tali “sentenze” e “detti”, come recentemente ha tentato con una più lunga elencazione su “Vasto Domani” il Cieri (lu fuì de maste Ggiuvuannejne a Pportanéuve). L’amico Tilli vorrà accettare questa chiarificazione che nulla toglie, peraltro, alla sua presentazione breve e lineare, ma sinceramente critica in senso costruttivo. “Pârle lu Vuâste" vuole essere, insomma, un aperto e onesto invito a non far perire una parlata estremamente ricca dei suoi inenumerabili dittonghi, delle sue troncature d’accento in moltissime parole e specie nei verbi all’infinito (parlä’, vidà, caminé, vistë’, ecc…), delle sue peculiarità e particolarità in suoni francesi, come la “elle mujjé” (fejjë, famëjje, bbuttëjje, maravëjje, pâjje, fojje, scujje, cunuëjje, cëjje, câjje, ecc…), e nei verbi non tronchi (miëjje, patëjje, putajje,, ariccojje, amäje, ecc…); così pure nel suono di “uà” della “oi” (lu rruà=il re), e così nel suono di “o” in “eu” (réuse = rosa, chiuse = cosa, déuse = dose, néute = nuoto, véuve = bove, ecc…), oppure suonano in “au” ( Ràume = Roma, afàuse = afoso, bbàraune = barone), e altresì come nel suono della “ü” francese (tü = tu, vü= voi, custü = costui, cullü = colui, cchiü = più, e in Cücce =Cuccio, Culuücce = Coluccio, Vassilücce = Bassino, bittüune = bottoni, lüume =lume, lüuce =luce, ecc…). Non meno significativo e caratteristico quel suono di “u” normale di lu (il), 'stu (questo), nu (noi), 'ssu (codesto), ecc…che si proietta nelle parole che seguono (lu puàsce, nu cuäne, 'stu huâlle, 'ssu fuéuche, ecc…= il pesce, un cane, questo gallo, codesto fuoco….). Altra peculiarità, suoni diversi di accentazione che danno diverso significato alle parole scritte con stesse lettere (tàtte, tâtte,- pàle, päle,- ràtte, râtte,-màtte, mâtte,- zàppe, zâppe,- ciànge, ciânge,- ecc…, che corrispondono a : tetto, tatto,- pela, palo,- rotto, gratta, - mette, matto,- zeppa, zappa, - cencio, ciancia, - ecc. ). Si aggiunga anche quel mutar di suono per la formazione del plurale ( dende, - dinde, péte – pite, ciàstre – cëste, pàgge – pügge, bbâgne – bbègne, rubbunàtte – rubbunëtte, tàtte – tëtte, matàune – matüune, celle – cille, ràsce – rüsce, porce – purce, véuve – vuve, ecc…). Non mancano altri suoni, ma non è qui il caso di allungare ed ampliare lo studio della fonetica vastese. Dunque, amate il Vasto e il suo dire, ché la sua storia e il suo parlare non abbiano a perire.
Chieti, 12 settembre 1978
Nicola Del Casale
“Pârle lu Vuâste"
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